Dentro un barattolo di marmellata


Sono poche le cose che amo fare in cucina...
Al primo posto, senza grandi concorrenti, c'è senza dubbio la marmellata.
Quando in pieno inverno apriamo il barattolo e cospargiamo sulla fetta di pane il velo di confettura, ci troviamo con l'estate fra le mani e nella bocca.
E' un tripudio di colori, sapori, ricordi e speranze per il futuro.

C'è il senso del vivere quassù, il gusto della terra che ci ha adottati e che ormai sentiamo nostra.
C'è l'odore forte della cucina: un misto tra l'afa, la frutta tagliata e stracotta nello zucchero. Un odore che si fa largo in ogni stanza della casa a cui il naso non può che capitolare e abituarsi.
Ci sono le ore passate insieme attorno al tavolo, a tagliare e denocciolare la frutta, escogitando nuove tecniche più rapide e salvadita.
Ci sono i bambini che con gli stivali da pioggia, dalle suole intrise di terra indurita, attraversano le fasce percorrendo i piccoli sentieri, con in testa il monito più volte espresso dal loro papà: "Peso in avanti! Senza paura..."
Loro attraversano i terreni e raggiungono il nonno, un omone dolce e canuto, dagli occhi colore del cielo, che li accoglie con un sorriso che sa di un abbraccio fra i più avvolgenti. Lui, con la sua camicia dal colletto sgualcito, quella riservata alla vita ruspante sulla sua terra, le lunghe bretelle che tengono su gli inusuali jeans dello scorso secolo, il cappello di paglia dalla tesa stretta, li aspetta e mostra loro come si fa: si allunga più in alto che può fino a prendere i frutti di quel ciliegio che ha piantato ormai non sa più quanti anni fa. 
Alcuni si fermano nel percorso fra il ramo e la cesta... vedono la loro fine fra le fauci compiaciute delle generazioni che hanno il privilegio di assaporarle.
Chi l'avrebbe detto?
Di tanto in tanto lo pensiamo tutti noi adulti.
Il nonno è nato in questo luogo popolato da famiglie che nella terra trovavano il loro presente e l'occasione di un futuro, a poco a poco lo ha visto spopolarsi finché non c'è rimasto più nessuno. Solo lui e la sua infinita gratitudine verso un territorio che gli ha dato i natali, i cui frutti gli hanno permesso di solcare la strada che è riuscito a percorrere. Così la gratitudine e l'affetto per le sue radici lo hanno spinto a fare bello e ancora più bello ciò che c'era. Serbava nel cuore la preoccupazione di cosa ne sarebbe stato dopo di lui. Chi se ne sarebbe preso cura?
Fu un pomeriggio d'estate, eravamo sposati da appena un mese e mio marito mi condusse quassù, nel luogo in cui la sua infanzia conserva i ricordi più dolci.
"Lo vedi quell'albero? Mi ci arrampicavo e restavo lì finché non avevo finito di mangiare i suoi frutti..."
"Io qui ero libero, di andare e fare... sparivo per pomeriggi interi nella natura: questa natura."
Mi sono affacciata dal grande piazzale, i gomiti sulla balaustra e sono rimasta a guardare il profilo di quelle colline che fanno da cornice alla meraviglia. Si può restare così per giornate intere, solo a guardare cosa fa la natura. E si può stare tranquilli che lei è intenta a fare sempre qualcosa...
Infine la domanda delle domande: "Che ne dici di andare a stare lassù?"
Mio marito l'aveva chiesto così, senza aspettarsi che dessi una risposta precisa, era una domanda quasi retorica, perché prendessi in considerazione almeno di rifletterci.
"Quando vorresti trasferiti? - risposi - Che almeno sia entro l'inizio della scuola..." Era luglio.
Il nonno ha proseguito a fare bello questo luogo e siamo noi a goderne. Lo fa con quella luce negli occhi, quel compiacimento di chi sente di avere diretto le proprie energie, risorse e speranze per il verso giusto.
Il nonno ha ricominciato a raccogliere i frutti della sua terra e distribuirli alla generazione che è nata qui.
So che si allunga anche appena oltre i suoi limiti perché i frutti siano tanti, almeno quanti mi renderanno soddisfatta della provvista invernale.
Mi torna in mente quando ancora non avevo idea della piega che avrebbe preso la mia vita, quando al supermercato prendevo distrattamente un barattolo di marmellata e lo mettevo nel carrello, poi quando quel barattolo veniva aperto e spesso restava ad ammuffire nel fondo del frigo, complice quel gusto stucchevole di frutta concentrata e la consistenza gelatinosa che non ha nulla a che fare con una marmellata.
Ecco, allora io non sapevo cosa potesse stare dentro un piccolo barattolo di verto riciclato, oggi ho scoperto che possono starci generazioni di persone, le cui storie si incrociano inaspettatamente, destinate a passarsi il testimone.

Assaggiare la nostra marmellata è come assaporare un po' del gusto della nostra storia. ;)

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