Figli: nessuna istruzione per l'uso!

L'algoritmo di Google mi ha messo di fronte nuovamente a realtà che mi hanno incuriosita.
In un post ci si congratulava con una neomamma: un bebè nuovo di zecca era stato catapultato nella nostra dimensione. Una galleria di foto accompagnavano il suo arrivo. Il piccino ritratto nudo, in scatti bianco e nero: davvero un bel bambino.
L'occhio m'è caduto sul suo pisellino mostrato senza veli e ho pensato che non sarebbe stato meno bello se qualcosa di lui fosse rimasto privato, non certo per una forma di pudore, quanto per una forma di tutela: il nostro mondo intriso di immagini spesso opera giri davvero pericolosi.
La foto mostrava altro, ad un primo sguardo m'era sfuggito, probabilmente per la qualità in bianco e nero. Adagiato accanto al bimbo c'era un lenzuolino su cui era appoggiato qualcosa. Ho dovuto proseguire nella lettura delle congratulazioni per comprendere cosa fosse: la placenta.
Okay - ho pensato - nella competizione fra pisellino e placenta vince senz'altro la placenta!
Così ho scoperto che c'è una nuova tendenza: si chiama Lothus birth, nati con la placenta.
Trovo che sia una teoria interessante: aspettare che il cordone smetta di pulsare prima di reciderlo. Attendere l'espulsione della placenta prima di separarla dal neonato: perché no? 
Tuttavia la mia mentalità ormai antiquata fatica a pensarsi madre di un neonato attaccato alla sua placenta per giorni, anche 10, dal parto. E il pensiero corre lontano (forse nemmeno troppo...), fino a quando le multinazionali della puericoltura recepiranno la tendenza, commercializzeranno culle porta placenta e ci domanderemo quanto deve essere stato difficile diventare grandi separati anzi tempo dalla nostra fonte di vita nel mondo intrauterino.
A stretto giro mi capita di incrociare la foto di una mamma mentre allatta la sua figlioletta di sei anni.
Sei anni?
Sei anni.
Non so che pensare. Anzi, so che pensare, ma si palesano la serie di articoli che ho già letto sul tema. Un cospicuo numero di mamme rivendica il suo diritto di allattare i figli fino a che vorranno farlo e rivendica la libertà di farlo senza doversi giustificare.
Se oggi non ci si stupisce più di incontrare mamme che allattano con naturalezza in ogni luogo possibile, è grazie a queste mamme. Loro hanno avuto la determinazione di scalzare i tabù e scoprire il seno, attaccare i loro figli ad esso e nutrirli senza nascondersi.
Sfondato il muro del suono, il territorio su cui si può camminare è sconfinato.
Nella mia sensibilità di mamma di un'epoca che sta diventando lontana, resto dell'idea che se i bambini mettono i molari è per masticare il cibo, epoca nella quale presumibilmente succhiare dal seno viene meno. Resto dell'idea che il seno non è solo fonte di nutrimento per i figli, né il surrogato di un ciuccio, né può essere il modo primario in cui la madre può e deve dimostrare il suo amore per il pargolo fino a data indeterminata. Il seno è una parte del mio corpo che assume l'utilità di nutrire e amare i miei figli finché loro non si evolvono e con loro anche io, perciò il seno torna ad essere una parte del mio corpo e noi (la prole ed io) naturalmente troveremo altri modi per dirci che ci amiamo.
Non c'è un'epoca precisa in cui il processo di cambiamento deve necessariamente avvenire, ma presumibilmente lo svezzamento ne decreta l'inizio. 
Nella mia visione della relazione coi figli, c'è qualcosa di sbagliato nel lasciare che abbiano conforto dal seno materno superata una certa epoca di crescita, mi domando a chi sia più utile: è la mamma o il bambino ad avere bisogno d'essere rassicurato rispetto al suo ruolo e alle sue capacità?
Non mi convince nemmeno del tutto l'idea secondo cui sarà il bambino a staccarsi naturalmente dal seno.
Un bambino normalmente è stimolato a fare delle cose: non mangia con la forchetta perché naturalmente decide che è l'ora di farlo, ma impara a farlo perché glielo insegniamo.
Così accompagnarlo nel processo di autonomia e verso la dimostrazione che è capace di bastare a se stesso, secondo me passa anche attraverso l'obiettivo di sostituire il seno con altro. E' un lavoro di squadra fra mamma e figlio: loro, insieme e complici troveranno altri modi di coccolarsi e darsi conforto.
Tuttavia i bambini nascono senza istruzioni per l'uso e ciò mi dice che davvero non esiste un modo giusto per fare o non fare le cose.
Non esiste un modo giusto e diffido di qualunque scuola di pensiero mi assicuri di avere trovato la formula magica.
Perciò mamme, c'è spazio per tutte! 
Tutte coloro che avranno una culla porta placenta e coloro che allatteranno i figli fino a data da destinarsi, allo stesso modo c'è spazio per quelle antiquate come me che guardano con interesse le nuove tendenze e con sospetto i loro inevitabili eccessi.
Ciò che conta è stare dentro i panni che si portano, sostenere con naturalezza le scelte che si compiono, rassegnate ad un'unica certezza: volenti o nolenti, qualcosa sbaglieremo!

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